L’arte come vendetta, la vendetta come arte: “Bellezza e Tristezza” di Kawabata Yasunari

L’immagine del Giappone, agli occhi occidentali, è quella di una nazione che dà estrema importanza alla forma. Il rispetto per i superiori (anche in termini di età), il culto degli avi, l’etichetta, gli elaborati cerimoniali che scandiscono la vita quotidiana: tutto concorre a creare l’impressione di una società che prende molto sul serio la tradizione. Ma poi, in apparente opposizione a questa immagine, c’è anche il Giappone come ultima frontiera tecnologica, avanguardia dell’incontro e della compenetrazione fra organico e meccanico; e, specialmente negli ultimi decenni, e specialmente grazie a Internet, il Giappone come terra in cui la sensualità (non meno rigorosa ed elaborata rispetto agli altri aspetti dell’esistenza) prende le forme di un erotismo dai tratti spesso sadomasochistici, ai confini con la perversione.

Tuttavia, non vi è contraddizione tra questi aspetti, accomunati dall’idea che il senso (se volete: l’anima) delle cose si trovi negli elementi più piccoli: nei gesti appena accennati, nella corretta piegatura di un tovagliolo, in un’esatta sfumatura di colore, nella precisa realizzazione di un nodo, in un microchip invisibile all’occhio umano. Così come non vi è contraddizione tra bellezza e tristezza, i due concetti attorno ai quali ruota il romanzo di Kawabata Yasunari. Nel conferirgli il Nobel per la letteratura, nel 1968, l’accademia svedese pare aver voluto omaggiare lo stile terso ed essenziale dello scrittore, con una frase di appena quindici parole, che tuttavia ne descrive esattamente l’importanza: “per la sua maestria narrativa, che con grande sensibilità esprime l’essenza della mentalità giapponese”.

Bellezza e tristezza, una delle ultime opere di Kawabata, è un romanzo sul Giappone, sul contrasto tra vecchio e nuovo, tra passato e presente, tra maschile e femminile, tra giovinezza e maturità, tra memoria e vendetta. Al centro di questa fitta rete di opposizioni c’è sempre l’arte, snodo cruciale non solo dal punto di vista concettuale ma anche narrativo: è il regalo di due quadri a mettere in moto gli eventi che finiranno per coinvolgere, e sconvolgere, le vite di tutti i personaggi.

Il protagonista, Ōki, diventa uno scrittore di successo grazie a un romanzo nel quale narra la sua breve e drammatica storia d’amore extraconiugale con una ragazza di sedici anni, Otoko. Otoko, dopo aver cercato di togliersi la vita, e dopo aver perso la possibilità di essere madre, diventa una pittrice rinomata, concentrando nell’arte le sue energie creative, e accoglie nel suo atelier/rifugio una giovane pittrice dal temperamento inquieto, Keiko. E Keiko, scoperta la verità sul passato di Otoko, spinta dall’ardore giovanile e da una devozione che assume le forme di una non celata passione amorosa, decide di vendicare la sua maestra seducendo prima Ōki, e poi suo figlio Taichiro, giovane timido che profonde tutte le sue energie nello studio della letteratura giapponese classica -un’altra vita consacrata all’arte, in fondo.

Bellezza e tristezza, come passato e presente, non si oppongono, ma si compenetrano, e il loro rapporto (come quello tra Keiko e Otoko, come lo stesso finale del romanzo) resta ambiguo: perché, malgrado siano entità distinte, esse si rivelano inscindibili.

In questa puntata di Te Lo Leggo ad Alta Voce, le parole di Kawabata saranno accompagnate dalla musica di Hiroshi Yoshimura (con il disco Music for Nine Post Cards), e le discussioni di Francesco e Claudio sul romanzo saranno intervallate dai brani di Leonard Cohen di Leonard Cohen, PJ Harvey, Luca Carboni, Dream Syndicate, e Acid Mothers Temple

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    Durata
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    Te Lo Leggo ad Alta Voce
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    Cap. 5
    Te Lo Leggo ad Alta Voce
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